Cremano il figlio nel barbecue

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America (e dove sennò), Detroit.
I loschi figuri nelle foto sono Nickella Reid, 24, e Joseph Miller, 27, moglie e marito ai quali, due anni fa, è venuto a mancare per disgrazia il figlio Deuntay, allora di solo 2 anni.
Troppo poveri per permettergli una cremazione, i due hanno deciso di ricorrere al fai-da-te: invece della solita rosticciana, una mattina sul barbecue ci hanno messo i resti del povero figlio, per poi nascondere ciò che ne è rimasto nella soffitta di una casa abbandonata, sempre a Detroit.

Due giorni fa, la polizia, investigando riguardo un altro caso ha fatto la bizzarra scoperta, e pare non ci sia voluto molto a dare un nome ai rimasugli trovati nella soffitta.
E tu guarda le coincidenze: l’ altro caso riguardava il fratellino del povero Deuntay, di solo un anno e afflitto da misteriose ustioni su tutto il corpo, riconducibili alla mano dei genitori. Ora i due pazzi sono dentro per abuso di minori di primo e secondo grado.

Fonte: Freep.com

La ninfomane assassina uccide il marito

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Il marito le aveva annunciato l’ imminente divorzio, lei avrebbe perso la casa in cui fino ad allora aveva abitato e aveva passato momenti indimenticabili coi suoi amanti. Lei è Tanja Enkel, tedesca di 31 anni, e di amanti ne ha ben 7. Da uno di loro si è fatta fornire un potente narcotico, che versato in pillole nel frappè del marito 45enne non gli ha lasciato scampo: arresto cardiaco e morte quasi immediata.

Dalle indagini per il processo sono emersi fatti da telenovela: i due figli della donna non sarebbero mai appartenuti al defunto marito ma ad uno degli amanti, tale Armin Fecht, incastrato dal test del DNA.
Accusato di concorso in omicidio per averle fornito i narcotici è invece un’ altro dei 7, Andre Hoffmann, 33, crocerossino. Un’ altro ancora, Franz Norman, 39, si è dichiarato estraneo ai fatti e moralmente offeso dal comportamento della ninfomane, con la quale sognava un futuro insieme.

Gli altri spasimanti risponderanno nei prossimi giorni al processo che continua, alla corte di Augsburg, vicino Monaco.

Fonte: Telegraph

La morte bianca

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Simo Hayha venne soprannominato “La morte bianca” dalle truppe sovietiche. Era un cecchino finlandese, impegnato tra il 1939 e il 1940 nella Guerra d’ Inverno tra l’ Unione Sovietica e la Finlandia.
In quel periodo, a delle temperature che oscillavano tra i -20 e i -40 gradi, Simo Hayha condusse la sua personale carneficina contro i soldati dell’ Armata Rossa. Col suo fedele M28, detto anche il fucile “Pystykorva”, nascosto da una tuta mimetica bianca uccise una media di 5 persone al giorno. La cosa più impressionante è che un giorno, in Finlandia, in quel periodo ammontava a 5 ore di luce.

Un morto l’ ora. Per un totale di 505 morti ufficializzate, 542 se si contano anche quelle non ufficialmente riconosciute. 740 se si considerano anche quelle non di cecchinaggio, con la mitragliatrice KP - 31.


Vengo al punto: in guerra si uccide perchè altrimenti verremmo uccisi. Ma un cecchino no, lui non si trova in mezzo alla bolgia.
Un cecchino non è solo colui che preme un grilletto. Un cecchino è colui che osserva la sua vittima, la guarda in faccia consapevole del fatto che quelli saranno i suoi ultimi istanti di vita. Colui che si sforza di trovare una ragione per vederla morire, che si autoconvince di possedere l’ autorità per farlo.

Mi limiterò a citare un grande maestro che prima di me ha affrontato questo argomento:

[...] E mentre marciavi con l’anima in spalle
vedesti un uomo in fondo alla valle

che aveva il tuo stesso identico umore

ma la divisa di un altro colore.

Sparagli Piero, sparagli ora
e dopo un colpo sparagli ancora

fino a che tu non lo vedrai esangue

cadere a terra e coprire il suo sangue.

E se gli sparo in fronte o nel cuore
soltanto il tempo avra’ per morire

ma il tempo a me restera’ per vedere

vedere gli occhi di un uomo che muore.

E mentre gli usi questa premura
quello si volta, ti vede e ha paura

ed imbracciata l’artiglieria

non ti ricambia la cortesia.
[...]

Il responsabile della tragedia del Titanic

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95 anni dopo si scopre la verità.
E’ inquietante come una tale piccolezza possa essersi ripercossa in maniera letale sulle 1.522 persone che quella notte tra il 14 e il 15 Aprile 1912 persero la vita. Eppure le cose andarono in questo modo:

Il marinaio nella foto, tale David Blair allora 37enne, era il vice-ufficiale della grande nave da crociera. Il 10 aprile gli veniva comunicato che non avrebbe preso parte alla navigazione verso New York in quanto il ruolo di primo ufficiale veniva affidato all’ esperto Henry Wilde, fino ad allora capo ufficiale della Olympic, la sorella del Titanic. Questo causò lo scalare di un grado di tutti i sottufficiali, tra cui appunto David Blair, il quale però venne ritenuto “sprecato” per un incarico da terzo ufficiale e fu così spostato ad un’ altra nave.
Incredibile: ciò salvò la sua vita a costo di tutte le altre
.

David Blair aveva viaggiato sul Titanic pochi giorni prima, per portarlo da Belfast (dove era stato costruito) a Southampton, da dove sarebbe partito per il grande viaggio inaugurale.
Tra le altre cose, lui custodiva la chiave del cassetto (blindato) in cui era riposto il binocolo per l’ avvistamento degli iceberg.
Chiave che, nella fretta di lasciare l’ incarico alla nave, portò via con se’.

Così, Blair fu sostituito da Charles Lightroller (foto), il quale non entrò mai in possesso di quella chiave e la cui mancanza fu denunciata dalla sentinella (Fred Fleet, sopravvissuto) solo a viaggio iniziato.

Lo stesso Fleet che garantiva, sotto interrogatorio dell’ allora Senatore Smith, che con quel binocolo l’ iceberg sarebbe stato avvistato molto prima, in tempo tale da permettere sicuramente una manovra per evitarlo.

David Blair lasciò in seguito quelle chiavi alla figlia Nancy, che negli anni 80 le donò alla British and International Seamans Society. Pochi giorni fa sono state battute all’ asta per la bellezza di circa 100 mila euro.

Morire dal ridere

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Fatal Hilarity: I casi clinici di persone morte in seguito ad un attacco di “risata cronica ed inarrestabile”. Pochi, ma ufficialmente documentati.

Il 24 marzo del 1975 il 50enne Alex Mitchell, muratore di King’s Lynn in Inghilterra, moriva nel guardare alla televisione una puntata del telefilm The Goodies. Egli iniziò una fragorosa risata, la quale però si prolungò per ben 25 minuti fino a che il pover uomo si paralizzò sul divano morendo sul colpo d’ infarto. La sua vedova tempo dopo scrisse una lettera di ringraziamento alla produzione dei Goodies per aver allietato tanto gli ultimi momenti di vita del marito.

Nel 1989 invece l’ audiologo danese Ole Bentzen soccombeva anch’ egli davanti alla televisione mentre guardava il film Un pesce di nome Wanda. Durante la risata, il cuore salì a 500 battiti al minuto, strocandolo poi per arresto cardiaco.

Nel 2003 il gelataio tailandese Damnoen Saen-um, 52enne, moriva invece nel sonno asfissiato da una lunga risata inarrestabile, la quale gli tolse il respiro. La moglie cercò in tutti i modi di svegliarlo ma potè solamente vederselo morire davanti con un ghigno agghiacciante.

C’è poco da ridere.