Re Mida non è una leggenda

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Molto sottile a volte è il filo che intercorre tra fantasia e scienza: la fantasia inventa, la scienza talvolta, col passare del tempo, realizza. Così, quella che pare una favola per addormentare i piccoli diventa argomento di studio e dibattito dei più grandi luminari del mondo. E’ il caso, questo, di Glenn “Re Mida” Seaborg, uno dei più grandi chimici del secolo passato, scopritore di numerosi elementi in natura (di cui il “seaborgio” che da lui prende il nome), e premio nobel nel 1951.

Gli elementi in natura differiscono tra loro per il numero di protoni (la carica positiva) che posseggono nel singolo atomo. Si consideri che chimicamente è impossibile alterare tale numero. Ma non fisicamente. Investendo un atomo con un’ alta carica di energia (alta eh!), questo può essere costretto a rilasciare un proprio protone.
Glenn Seaborg, nel 1980, ottenne il seguente risultato: prelevò 4 protoni da un atomo di Bismuto (che ne ha 83). Ora, si dà il caso che l’ Oro ne abbia 79. Risultato, un atomo di oro.

Ora, vabbè che l’ oro te lo comprano anche a 15€ il grammo, ma per un atomo ti pagano ben poco. Seaborg ne ottenne migliaia, ma sempre troppo pochi per guadagnare qualcosa di concreto. D’ altra parte troppo dispendiosa fu l’ energia usata per la conversione del Bismuto, ma non è detto che il progredire tecnologico non riesca a superare questo scoglio.
Glenn Seaborg moriva 10 anni fa all’ età di 86 anni.

La viscosità della pece

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La pece è un materiale che possiede una qualità piuttosto insolita: sebbene sia un solido, essa può fluire, ovvero possiede una caratteristica tipica di un elemento liquido.
Nel 1927, il professore di fisica Thomas Parnell dell’ università di Queensland (Australia) voleva provare empiricamente questa peculiarità, per poter quantificare la viscosità della pece. Così, raccoltane una piccola quantità la posizionò dentro un imbuto, coprendolo in seguito con una campana di vetro.

Da quel giorno la pece ha iniziato a fluire lentamente. Ma così lentamente che ad oggi, nel 2007, sono colate 8 gocce (l’ ultima il 28 novembre 2000) e la nona si sta appena formando in fondo all’ imbuto. Per la pazienza riposta, questo esperimento si è guadagnato il titolo di più lungo della storia. Sulla base di questa lentezza nel fluire, il valore della viscosità della pece al momento si stima intorno ai 100 miliardi di volte quella dell’ acqua (la quale invece in un imbuto fluisce molto rapidamente).

La cosa ancora più curiosa di tutto l’ esperimento è che in questi 77 anni, nessuno è riuscito a vedere sul momento una delle gocce cadere!. In ogni caso una telecamera riprende quella campana da anni.
Sotto, la foto dell’ imbuto.

  • 1° goccia: Dicembre 1938
  • 2° goccia: Febbraio 1947
  • 3° goccia: Aprile 1954
  • 4° goccia: Maggio 1962
  • 5° goccia: Agosto 1970
  • 6° goccia: Aprile 1979
  • 7° goccia: Luglio 1988
  • 8° goccia: Novembre 2000


John Mainstone, l’ attuale ricercatore custode della pece. Nel 2005 per questo studio gli è stato riconosciuto l’ “Ig Nobel Prize”, una parodia del premio Nobel seppure di grande valore.

L’ effetto Hutchinson

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Molti di voi sapranno cosa è un Poltergeist: il fenomeno paranormale attribuito ad entità negative per cui oggetti o persone vengono sollevati da terra o anche scagliati lontano. “Letteratura”, “misticismo”, “fantascienza”…
Fino al 1979. E il Diavolo non c’ entra nulla.

In quell’ anno la fisica dell’ elettromagnetismo è stata stravolta da una scoperta tanto casuale quanto incredibile. Tale John Kenneth Hutchinson, canadese appassionato di fenomeni elettromagnetici, era solito studiare le onde longitudinali tesla. Con gli strumenti a sua disposizione, due bobine Tesla e un generatore Van De Graff (non pensate siano roba ipertecnologica), scoprì che investendo con le loro onde uno spazio si creano interferenze radio dai risultati ai limiti del normale.
Levitazione di oggetti pesanti, riscaldamento anomalo di metalli, deformazioni e rotture spontanee, o, peggio che mai, fusione di materiali del tutto dissimili tra loro (quali legno e metallo) in un’ unica cosa.
Per capirsi, Hutchinson è riuscito a far penetrare un bastone di legno dentro ad un blocco d’ acciaio senza che nessuno dei due materiali abbia subito rotture. E a far sventolare un cucchiaio come una bandiera al vento.

L’ effetto Hutchinson è tutt’ oggi materia di studio in quanto le cause del fenomeno non sono mai state chiarite (ufficialmente, dato che si prospetta lo sfruttamento in segreto per fini bellici).
Per chi dispone dell’ occorrente (seppure lo sconsiglio) può tranquillamente ricreare l’ effetto artigianalmente: bastano 75 watt provenienti dalla rete elettrica di casa per sollevare una palla di cannone di 27 chili.

Il video con cui Hutchinson dava un saggio al mondo delle potenzialità del marchingegno:

Come ipnotizzare una gallina

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Se nella vita le avete provate proprio tutte, sono certo che vi manca di ipnotizzare una gallina. Ed è la cosa più semplice del mondo.
Considerato che il cervello di una gallina è piccolo abbastanza da poter essere eclissato con una moneta da 1 centesimo, tutto ciò di cui avete bisogno è:
A) Una gallina qualsiasi.
B) Un dito della vostra mano.

Sdraiate la gallina appoggiandole la testa per terra e tenetegliela con una mano. Con l’ altra, puntate il dito a terra e, davanti al suo becco, disegnate una linea diritta allontanondovi dal pollo.
Et voilà.
L’ animale entrerà all’ istante in uno stato di trance, con un battito cardiaco ridotto al minimo ed un ritmo respiratorio alle stelle.
Se la lasciate in questo stato, può rimanervi per un periodo da 15 secondi a parecchie ore. Ma potete anche svegliarla in stile Giucas Casella, come mostra l’ esilarante video:

Nota bene: non porduce il minimo effetto lesivo sull’ animale.

La legge di Murphy

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…”Che cacchio vuol dire?”

Tradotta in italiano, la formula significa: “per quanto sia improbabile che si verifichi un certo evento, ad esempio negativo, dato un numero sufficiente di occasioni questo finirà per verificarsi“.
Ovvero “Se qualcosa può andare storto, allora lo farà”.

In queste concise e lapidarie parole si racchiude la Legge di Murphy, il fortunatissimo assioma attribuito all’ ingegnere Edward Murphy Jr., il quale nel 1949 testava la resistenza del corpo umano all’ accelerazione. Montando un manichino su una rotaia, e posizionando nelle varie parti di esso dei razzi, il fantoccio veniva fatto schizzare a grandi velocità.
In uno degli esperimenti, accortosi che dei 16 razzi sul manichino, tutti erano stati montati per sbaglio al contrario, emise la storica sentenza: “
se ci sono due o più modi di fare una cosa, e uno di questi modi può condurre a una catastrofe, allora catastrofe sarà“.


E’ ovvio che questa legge non ha un solido riferimento scientifico, ma assumendola per buona si perviene a qualcosa di tanto paradossale quanto interessante:
A quanti di voi è caduta, a colazione o in altre occasioni, nel pavimento una fetta biscottata imburrata? A volte capita. E la fetta, da che parte è caduta? Dalla parte della marmellata, ovviamente; e imbrattando il pavimento. Difatti per la legge di Murphy una fetta biscottata cade sempre dalla parte della marmellata.

Molti di voi sapranno che un gatto, se lasciato cadere, atterra sempre sulle sue zampe (se non ci credete prendete quello che avete in casa e lanciatelo. Non vi preoccupate, si riprende e casca in piedi).

Date per assolute le ipotesi sopra descritte, si perviene alla tesi del “paradosso del gatto imburrato“. Ovvero se si lega una fetta imburrata nel dorso del gatto e questo lo si lascia cadere a terra, da una parte il gatto dovrebbe (per ipotesi) cadere sulle zampe, dall’ altra la fetta cadere dalla parte del burro. Non potendo matematicamente nessuna delle due prevalere sull’ altra, si creerà quindi un moto perpetuo in cui sia il gatto sia la fetta biscottata continueranno a ruotare all’infinito.

Ovvio che tutto ciò è assurdo, ma fa riflettere su come le scienze fisiche esaminano la realtà che ci circonda.

Pare che Dio non sia onnipotente

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Che si creda o meno nella sua figura, il Dio delle grandi religioni monoteiste è una figura al di sopra di ogni cosa, e può tutto. A lui si attribuisce tutto il creato, il tempo e lo spazio.
Senza voler assolutamente professare ateismo, contro questa concezione di onnipotenza si è mossa, nella storia, una corrente di pensiero detta “paradosso teologico” che mira a mettere in luce carenze logiche nella spiegazione dei poteri sovrannaturali di Dio.
Tale confutazione pone le radici su un semplice procedimento logico, ovvero:

  • si stabilisce che “essendo Dio onnipotente, può fare ogni cosa”.
  • ci si chiede “Può Dio creare qualcosa che non può spostare?”

Se si risponde SI alla domanda, allora esiste qualcosa che Dio NON può spostare, in modo tale che egli non risulti onnipotente.
Se si risponde NO alla domanda, allora esiste qualcosa che Dio NON può creare, pervenendo alla stessa conclusione di cui sopra.

Questa forma di paradosso non vuole affatto mettere in dubbio esistenza o capacità divine, in quanto non ha niente ha che vedere con la fede. Molte infatti sono state le risposte a tale critica nel tempo, tra cui su tutte quella che “se Dio obbedisse alle leggi della Logica non sarebbe onnipotente”.
Considerazione personale: ma se fosse davvero onnipotente, non avrebbe già dovuto fulminare quelli di Studio Aperto???

Il fenomeno dell’ autocombustione umana

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Per autocombustione umana si intende il fenomeno per cui il corpo della “vittima” si incendia dall’ interno, riducendo l’ organismo in un mucchio di cenere bianca. Le peculiarità dell’ avvenimento sono le seguenti:
- Gli arti inferiori (qualche volta anche quelli superiori) restano intatti.
- Le zone di accensione delle fiamme sono ricoperte dai grassi corporei delle vittime.
- Il fuoco non si espande mai nell’ ambiente circostante.
- Nell’ 80% dei casi a bruciare sono donne che abusavano di alcool o farmaci.

Numerosissime le segnalazioni di autocombustione umana. La prima accertata e documentata risale al 1745, quando a Verona la Contessa Cornelia di Bandi esplose in fiamme nella sua camera da letto. Nonostante la camera fosse piena di materiali infiammabili nient’ altro intorno era stato raggiunto dalle fiamme.
Da allora il fenomeno è diventato materia di studio e ad esso si sono ricondotti molti altri casi. Il più celebre quello di Mary Hardy Reeser nel 1951, in Florida, poichè fu documentato da un (lugubre) servizio fotografico, di cui chi se la sente può visualizzarne uno scatto cliccando qui.
Ma veniamo alle teorie scientifiche sull’ argomento.

  • 1 – L’ effetto stoppino: poichè il corpo umano è costituito dall’ 80% d’acqua lo si reputa difficilmente infiammabile a meno che impregnato con un comburente quale la benzina. Comburente che in questo caso sono i grassi del corpo, che sciogliendosi imbevono i vestiti, di modo da lasciar bruciare la persona come lo stoppino di una candela, finchè non si consuma tutta la sua massa adiposa.
  • 2 – L’ alcool: dato che molti casi di autocombustione si sono verificati in seguito a feste o dopo che le vittime avevano ingerito sostanze alcooliche, si reputa che proprio tali sostanze, circolando nel sangue, possano provocare una reazione chimica tale da causare l’ accensione.
  • 3 – Reazione cellulare, teoria di John Heymer, della ParaScience International: una reazione chimica tra idrogeno e ossigeno (di cui vi risparmio i dettagli tecnici) fa esplodere dall’ interno i mitocondri (le cellule energetiche del corpo umano), provocando una reazione a catena con le altre cellule. Gli accumuli di grasso spiegano come mai gli arti spesso vengano risparmiati e anche come mai l’ addome sia il centro nevralgico della combustione.